Abitare il rumore dell’assenza

di Salvatore Sconzo

Il suono dei giorni di pioggia di Manuel Bova

Burno Edizioni

Ci sono giorni in cui la pioggia non cade: ritorna.
Non dal cielo, ma da dentro.
Scivola lungo le pareti della memoria, batte contro vetri che non apriamo più, insiste come fanno certe assenze che non hanno imparato ad andarsene. È in uno di questi giorni che si entra davvero in Il suono dei giorni di pioggia di Manuel Bova. Non come lettori, ma come stanze abitate da un’eco.

Questo libro non si legge: si attraversa.
E attraversarlo significa accettare una condizione precisa — quella di restare in ascolto.

Senza anticipare nulla, la trama si muove attorno a un’esistenza che si confronta con ciò che è rimasto in sospeso: relazioni che hanno lasciato tracce, ricordi che riaffiorano senza un ordine preciso, e un presente che sembra sempre sul punto di scivolare altrove. Non c’è un intreccio incalzante, ma una progressiva immersione in un paesaggio interiore, dove ogni frammento contribuisce a comporre un senso più ampio, mai del tutto dichiarato.

La pioggia, qui, non è mai solo pioggia. È tempo che scivola senza chiedere permesso. È memoria che ritorna sotto forma di goccia, sempre uguale e sempre diversa. È ciò che resta quando tutto il resto si è già consumato. Bova costruisce un paesaggio interiore dove ogni elemento atmosferico diventa una forma del sentire: l’umidità è nostalgia, il grigio è sospensione, il ritmo lento è quello delle cose che non si possono forzare.

E poi c’è il silenzio.

Un silenzio che non è vuoto, ma pieno fino a farsi insopportabile. Un silenzio che somiglia a un rumore assordante — come quello che si avverte quando ci si accorge che qualcosa è finito davvero. In questo, la scrittura di Bova si avvicina a quella linea sotterranea della letteratura che ha fatto del “non detto” una forma di rivelazione. Viene da pensare a Samuel Beckett, dove la parola si consuma fino a lasciare spazio all’eco, o a Peter Handke, capace di trasformare il silenzio in un paesaggio percorribile. Ma anche, per certi tratti più intimi e lirici, a Cesare Pavese, dove il tempo non passa: sedimenta.

Eppure, il “rumore non rumore” di Bova ha una sua specificità: non cerca mai di imporsi. Non alza la voce, non forza il lettore. Rimane lì, come la pioggia sui vetri, insistente ma discreta. E proprio per questo, inevitabile.

Lo stile è forse l’aspetto più interessante del romanzo.
Qui le sensazioni non vengono descritte: vengono pensate. O, meglio ancora, diventano pensiero mentre accadono. È una scrittura che si muove sul confine tra narrativa e poesia, dove l’immagine non è mai fine a sé stessa, ma sempre un passaggio verso qualcosa di più profondo. In questo senso, il dialogo con la tradizione poetica è evidente. Si possono intravedere echi di Eugenio Montale, nella capacità di trasformare il paesaggio in condizione esistenziale, o di Rainer Maria Rilke, nell’attenzione quasi sacra per ciò che è fragile, transitorio, impercettibile.

Ma Bova non imita: assorbe e restituisce.
E nel farlo, costruisce una voce che non ha bisogno di gridare per essere ascoltata.

Breve biografia
Manuel Bova è un autore contemporaneo che si distingue per una scrittura fortemente introspettiva e sensoriale. Nei suoi lavori esplora temi legati alla memoria, al tempo e all’identità, prediligendo una narrazione che si muove tra prosa e suggestione poetica. Il suono dei giorni di pioggia rappresenta uno dei suoi testi più rappresentativi, capace di condensare la sua ricerca stilistica e tematica.

Alla fine, ciò che resta non è una storia nel senso tradizionale.
Resta una condizione.

Resta la sensazione di aver abitato un tempo che non è più misurabile.
Resta quel silenzio che, una volta ascoltato, non smette più di parlare.
Resta la pioggia — che non bagna, ma ricorda.

E allora viene da chiedersi: quante cose abbiamo lasciato scivolare via senza accorgercene? Quante parole non dette continuano a cadere, dentro di noi, come gocce ostinate?

Leggere questo libro significa fermarsi sotto quella pioggia.
Senza riparo. Senza fretta. Senza difese.

Perché a volte, per capire davvero cosa siamo stati, bisogna avere il coraggio di ascoltare il rumore di ciò che non c’è più.

Buona lettura!

ASCOLTA LA RECENSIONE
Voce di Alessio Maria Maffei

Musica: When You Wake Up di Kashido

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